Dopo una
interessante quanto stressante mattinata di spesa al mercato, stracarichi di
provviste mal riposte in sacchetti troppo piccoli, partiamo con un minibus
abbastanza malridotto e altrettanto stracarico in direzione Coroico.
Sono seduta a
fianco di una signorona dalle trecce lunghe e probabilmente non troppo pulite,
parecchi chili di troppo e figlio adolescente al seguito, che vomiterá in un
sacchetto di plastica per un buon tratto. Dal finestrino entrano i soliti fumi
neri pestilenziali che mi impediscono di godermi il paesaggio fino a che non
arriviamo a La Cumbre, dove la strada si amplia, il traffico rallenta, inizia a
piovere e la natura cambia completamente. Rocce e montagne, vento gelido e
poche forme di vita. Mi aspettano tre ore di varietá climatica e paesaggistica,
posti di blocco, curve pericolose e sorpassi azzardati. Poi, la strada si fa di
nuovo stretta, la vegetazione fitta, lo strapiombo inguardabile e il caldo
umido.
Intravedo Coroico,
un pugno di quadratini colorati in mezzo a un’immensitá di montagne ricoperte di
vegetazione tropicale. Ricordo il giorno in cui avevo cercato su internet foto
di Coroico dopo aver saputo che sarei partita, e avevo trovato qualcosa di
molto simile all’ immagine che ora vedo attraverso il vetro del nostro autobus
traballante.
La strada non é piú
asfaltata, sobbalziamo ad ogni pietra e grosse nuvole di polvere gialla
avvolgono il nostro minibus.