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Le colline del Nord




Una scritta a Carcelén Bajo:
La libertà è come il mattino, ci sono quelli che
camminano nella notte per trovarla
e altri che aspettano addormentati
Colinas del Norte, il quartiere dove lavoro, non si è sempre chiamato così. Dopo molti anni di gestione dissennata da parte di una cooperativa il popolo si è ripreso il quartiere ed ha deciso di abbandonare il vecchio nome Comité del Pueblo n° 2. Quest’esigenza nacque sia dal fatto che trovare lavoro dichiarando di provenire da Comité del Pueblo con la sua pessima reputazione era impossibile, sia per esprimere una rottura con il passato. “Bienvenidos a Colinas del Norte, un barrio lindo y limpio para vivir” (“Benvenuti a Colinas del Norte, un quartiere bello e pulito dove vivere”): la prima volta che ho letto questo cartello non ho potuto che storcere il naso. Colinas un quartiere bello: sarebbe ironia questa? Le strade sono rotte, la gente è povera, le case cadono a pezzi, i cani randagi ad ogni angolo. Solo quando il presidente di ASA ci racconta la storia che ha cambiato Comité del Pueblo n°2 in Colinas del Norte capisco che quella del cartello non è affatto ironia: le strade pochi anni fa non esistevano, sono stati gli abitanti a costruirle con la loro fabbrica di adoquinos e con il loro lavoro volontario gratuito a servizio della comunità. Hanno deciso con le loro assemblee di volere una biblioteca, un orto, di voler impegnarsi a mettere su un’impresa tutta loro per la raccolta differenziata dei rifiuti e di utilizzare gli scarti organici per produrre compost che poi avrebbero venduto.

Qual è il mio posto?

02 gennaio 2013

Ci sono poche cose che mi confortano quando sono all’estero: le persone che trovano il tempo di sentire la mia mancanza in mezzo agli impegni della quotidianità e che mi aspettano nonostante sappiano che quando tornerò avrò un carattere più intrattabile di prima perché avrò scoperto un pezzetto di mondo che aggiungerà nostalgia alla nostalgia. Le mie passioni che, nonostante non sappia cosa voler fare della mia vita, mi ricordano quali sono le cose che rilassano la mia mente, i miei muscoli e che mi rendono felice. La natura sempre nuova in ogni angolo che chiama i miei piedi a camminare scalzi, la mia mente a riflettere per poi spegnersi nel silenzio di paesaggi incantati, di volti segnati da storie misteriose. La mia terra che mi ha forgiato: placida come il mare, nervosa come i piccoli torrenti, inaccessibile come la montagna, sognatrice come i trabocchi all’alba, selvatica come la menta, malinconica come i castelli diroccati.
L’Inghilterra mi ha insegnato che il mio destino è in movimento, Malta mi ha fatto capire che non lavorerò mai in un ufficio dietro una scrivania, l’Ecuador che la mia apparente mancanza di istinto materno non è che paura di amare e di essere amata da esseri che non conoscono maschere né il significato della parola “interesse”, perché con gli adulti c’è sempre una barriera che ti protegge dallo scoprire le tue debolezze, ma scoprirle è ciò che fa la differenza tra essere un animale addomesticato ed essere e basta.

"Dove finiscono le strade... " - ultimo giorno


Carmen alla stazione della Nariz del Diablo
È mercoledì 12: dobbiamo lasciare la comunità, ma non ne abbiamo molta voglia, se non fosse che la scalata del Chimborazo ci aspetta. Gli zaini sono pronti, io ho il numero dell’agenzia di viaggio di Riobamba da dove partiremo per il vulcano. Come tutte le mattine ci svegliamo prestissimo ed io mi giro nel letto con un pensiero: “Ma se ne ho tanta voglia, chi mi impedisce di restare qui un giorno in più?”. Poco dopo l’amara sorpresa: Chiara ha la febbre, niente di grave, ma è meglio che stia a letto. Non che mi fossi mai augurata che una di noi stesse male, ma restare a Nizag con lei non mi dispiace affatto e la stessa decisione prende Marian, anche se vuol dire che alla fine al vulcano non ci andremo! Subito dopo Rosa Elena ha già preparato un rimedio con delle erbe e basta una telefonata a José perché arrivi fulmineo con delle medicine che vuole convincere Chiara a prendere. Un po’ iperprotettivo forse, così Marian ed io insistiamo perché aspetti un po’ per prendere qualcosa. “Bene José, abbiamo deciso di partire domani, quanto ti paghiamo la notte in più?”. “Beh, io e Joaquín ne abbiamo parlato e uno non decide di ammalarsi, succede e basta, quindi per oggi siete nostre ospiti.”. Proprio vero, no? Chi meno ha, più dà. Marian ed io lasciamo allora che Chiara riposi nel suo lettone e nel suo adorato piumone, al calduccio della nostra casetta di terra dalle pareti coloratissime. 

"Dove finiscono le strade..." - parte III

Una donna lavora la shigra

La visita alla scuola di Nizag si rivela un altro simpatico fuori programma: l’idea era che avremmo dato una breve lezione d’inglese ai bambini ed io, fresca di un entusiasmante laboratorio di educazione teatrale tenuto da una ragazza cilena in gambissima (Stephanie del collettivo Trajín Móvil), avevo già in mente le attività che avrei potuto svolgere con loro. Non vedevo l’ora! Come nella migliore tradizione ecuadoriana, però, quando il nostro “accompagnatore turistico comunitario” ci presenta al preside veniamo a sapere che oggi è giorno di festa: sono previsti danze e rappresentazioni per l’elezione del governo studentesco. Niente lezione quindi, ma assisteremo ad un altro pezzo di vita della scuola. Il programma però stenta ad iniziare e così ci intrufoliamo in alcune aule improvvisando canzoni in inglese, ma i ragazzini ci chiedono soprattutto di cantare in italiano, spiazzandoci un po’, perché “un professore di inglese già ce l’abbiamo, si chiama Germán.”. Dopo un po’ veniamo catturate dai libri di testo in kichwa e Marian ed io non riusciamo proprio a trattenerci dal ripetere un verso di quella preghiera che già da giorni ci frulla nella testa: “Non voglio andare via da qui”. Quello che ci colpisce soprattutto è il racconto della storia: è questo il libro che più mostra la lontananza geografica con il nostro mondo di provenienza e soprattutto la lettura che esso fa del passato e della realtà. Ma i bambini sono irrequieti e uno di loro ci convince a fare un giro fuori dalla scuola. Non siamo sicure che possano uscire ma i pochi insegnanti che vediamo sono intenti a ripassare i balli tradizionali e per il resto i bambini sono lasciati totalmente a loro stessi. Usciamo e nessuno ci ferma: ma dove ci porti?

"Dove finiscono le strade..." - parte II


Turismo comunitario: una forma di turismo in cui le attività sono gestite dai membri della comunità ed i proventi rimangono all’interno della stessa. Lo studi sui libri e lo discuti in sede di laurea, fantastichi e argomenti con amici che condividono il tuo stesso “credo”, ma alla fine non sei tanto convinta che funzioni. Che cos’è davvero il turismo comunitario? Finalmente ho l’opportunità di scoprirlo al di là delle definizioni.

Io e i miei scarponi... ops! Io e gli scarponi gentilmente
prestati da mia sorella, alla Nariz del Diablo
Il primo giorno comincia già con un fuori programma: ci avevano detto che ci sarebbe stata una minga, ossia un lavoro comunitario, e che ci sarebbe venuto a prendere un ragazzo del gruppo turismo. Arriva invece un altro ragazzo, Luís, accompagnato dalla sua giovane esposa e dal figlioletto per portarci a visitare la comunità. In breve, un passo dopo l’altro e senza neanche accorgercene, ci ritroviamo sulla via per la famigerata Nariz del Diablo. La costruzione del treno che collega le Ande alla costa, nel 1902, fu infatti talmente difficoltosa che si scelse questo nome sinistro per descrivere la montagna. Ogni volta che si apriva una via con la dinamite il giorno dopo la si ritrovava chiusa da una valanga e molte persone persero la vita per la costruzione della ferrovia. Dopo un’oretta non ho più voglia di camminare, chiedo allora alla guida di continuare, mentre mi siedo ad ascoltare il silenzio assoluto e a guardare gli animali che pascolano centinaia di metri più in giù.

"Dove finiscono le strade..." - parte I

15 dicembre 2012

La Casa Turismo Nizag in adobe
Ogni volta che dicevamo “vado al Chimborazo” la risposta era invariabilmente “Abrigate bien!”, ossia "vestiti pesante". E avevano ragione: l’equivoco nasce dal fatto che il Chimborazo è sia un vulcano che una provincia e noi non sapevamo ancora che non saremmo state per niente vicine al vulcano più alto dell’Ecuador, il punto della crosta terrestre più lontano dal nucleo del pianeta. Solo arrivate a Riobamba gli operatori che ci accolgono ci spiegano che saremo ospitate in una comunità nel sud della provincia che si trova a “soli” 2500 metri di altitudine. All’inizio siamo un po’ frastornate dalla notizia: la sera prima l’indecisione era su quante felpe portare e come ammassarle tra calze termiche e guanti di lana d’alpaca; la mattina scopriamo che abbiamo un sacco di peso inutile nello zaino e troppe poche magliette.

Bambina ad acquarello

31 ottobre 2012

Il concetto di dolore è soggettivo e culturale. Soggettivo perché dipende da quanto una persona sia abituata a sopportarlo, da quanto abbia la tendenza a lamentarsi. Culturale perché dipende da quanto un popolo patisca problemi come fame, malattie, catastrofi atmosferiche e da come sia abituato ad affrontarli, dipende da quanto la sua cultura gli consenta di esternare le proprie emozioni e dal livello di assuefazione ed esposizione al dolore stesso.
Qualche settimana fa stavo benissimo cantando e giocando con i bambini come sempre, quando a un tratto il mio corpicino da europea superprotetta ha deciso di ribellarsi alla “fatica” di fare questi sforzi ad un’altitudine di 3120 metri, dove insegno inglese e italiano in una scuola. Un freddo inconsolabile, la testa che mi girava e lo stomaco che si torceva. Forse solo un po’ di soroche, il mal d’altura, niente di eccezionale. Decisi di sedermi e mangiare un po’ di sopa e di arroz, i piatti immancabili nel pranzo quotidiano ecuadoriano. Vicino a me c’era Veronica, una bambina che mi si è affezionata dal primo giorno.  
All’inizio mi spaventava l’idea di lavorare con i bambini: li ho sempre ritenuti dei giudici infallibili e questo mi preoccupava perché so di non essere un’ottima persona, ma chi lo è? Ogni volta che entro in classe e tutti si alzano per abbracciarmi penso che in fondo non posso essere tanto male se piaccio a loro.

Veronica nella scuola Acuarela di Colinas del Norte

"Il coraggio è il superamento della paura"

3 ottobre 2012

Forse perché gli abbracci si fanno più intensi e le telefonate più schiette.
Forse perché gli occhi di mia zia si fanno lucidi di timore e fierezza nell’augurarmi fortuna nel prossimo viaggio.
Perché i sabato sera passati con mia mamma sul divano mi sembra valgano più di mille houseparties con gente di tutta Europa.
Forse perché il mio papà tanto allergico alle tenerezze improvvisamente mi abbraccia, mi stampa due baci sulle guance e mi dice “fatti valere” guardandomi dritto negli occhi.
Perché i pochi giorni di vita di mio nipote mi fanno sentire d’un tratto più adulta, più matura, come se anch’io in quanto zia avessi una responsabilità morale verso di lui e la sua crescita.
La Virgen del Panecillo vista attraverso la vetrata della Basilica
Perché parlare con un amico che vive lontano mi emoziona ancora di più sapendo che non lo potrò vedere almeno per altri sei mesi.
Perché i sospiri non sono più colmi di tristezza ma si speranza.

“Forse è così, io vivo fuori tempo. È vero ciò che sento sotto pelle, è come una costante sensazione di mancata appartenenza…” dice una canzone di tanti anni fa. Sarà per questi motivi che mi piacciono le continue partenze e i continui ritorni, perché amplificano le sensazioni che altrimenti si limitano ad essere ordinaria amministrazione. Eppure c’è bisogno di separarsi da qualcuno per sentirne così intenso il legame? Ed eccomi qua, una giovane donna di 27 anni senza arte né parte, senza un lavoro né un’idea di cosa vorrebbe fare per guadagnarsi da vivere, single perché non riesce a rinunciare ad uno stile di vita incoerente e discontinuo o forse alla sua immaturità, in crisi di pianto davanti a una valigia dove sa che non basterà mettere un bigliettino con su scritto “Andrà tutto bene” perché questo si avveri. Ma è così che andrà, andrà bene, perché ancora una volta dimostro a me stessa che la mia forza di volontà ha realizzato un mio sogno. Allora tra le lacrime il mio stesso pianto mi fa simpatia, quasi tenerezza. Perché so da cosa nasce: dalla paura. Sì, sto per partire e sono terrorizzata, quasi paralizzata. È un tipo di terrore che mi dice: “Tu vuoi fare questo con tutto te stesso ma non sei capace”. E questa voce dovrebbe forse fermarmi? Riesce sempre a ridurmi in lacrime sì, ma è questa la mia risorsa. Questa è la risorsa perché mi fa capire cosa è importante per me perché realizzare ciò che ho paura che non sia alla mia portata mi migliora e mi soddisfa. Ho capito che il terrore è una condizione esistenziale necessaria e imprescindibile perché io riesca nella vita, ma non lo faccio coscientemente, infatti spesso mi ritrovo a chiedermi: “Ma chi me l’ha fatto fare?” e mi arrabbio con me stessa perché sembra che mi piaccia complicarmi la vita. Soffro di vertigini? Faccio un trekking sulle scogliere. Soffro di mal di testa e pressione clamorosamente bassa? Vado a vivere a 3000 metri d’altitudine sull’Equatore. E quindi penso: cosa sarei, cosa farei senza le mie paure?

Roma, Parigi, Bogotà, Quito. Quito ci accoglie notturna nella sua veste da sera pericoloso ed affascinante. Fuori dal finestrino finalmente, dopo 26 ore di viaggio, scorgiamo la nostra nuova casa. Mille lucine si avvicinano e le colline che disegnano la loro sagoma nera si spostano assecondando il movimento dell’aereo che si avvicina ad uno degli scali più assurdi del mondo. Si scopre la valle infossata tra i vulcani riempita da questa caotica e multiforme città. Ci siamo, si comincia.


Paola A.

Lettera a me stessa

31 agosto 2012

“Not all those who wander are lost” (“Non tutti coloro che vagano sono perduti”). J. R.R. Tolkien, La compagnia dell’anello
“Solo agli erranti – recita un proverbio inglese – giunge sempre nuovo lo shock della bellezza. Che poi errare nella nostra lingua significhi sia vagabondare che sbagliare non è un caso.” Duccio Canestrini, Andare a quel Paese

La città dove vivrò si chiama Quito. “Quito” in spagnolo è anche la prima persona singolare del verbo “quitar” che tra i tanti significati può essere tradotto con “togliere”. Ho la netta sensazione, da un po’ di tempo, che qualcosa mi sia stato tolto. In partenza per volontariato, lascio il mio Paese, lascio lavori inconsistenti o al contrario opprimenti, lascio l’Abruzzo, la terra che mi plasma nel midollo e nella mente e mi richiama costantemente a sé come una sirena. Lascio il pessimismo, la crisi, la delusione, un’estate estenuante e lunga in maniera crudele.