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"Dove finiscono le strade... " - ultimo giorno


Carmen alla stazione della Nariz del Diablo
È mercoledì 12: dobbiamo lasciare la comunità, ma non ne abbiamo molta voglia, se non fosse che la scalata del Chimborazo ci aspetta. Gli zaini sono pronti, io ho il numero dell’agenzia di viaggio di Riobamba da dove partiremo per il vulcano. Come tutte le mattine ci svegliamo prestissimo ed io mi giro nel letto con un pensiero: “Ma se ne ho tanta voglia, chi mi impedisce di restare qui un giorno in più?”. Poco dopo l’amara sorpresa: Chiara ha la febbre, niente di grave, ma è meglio che stia a letto. Non che mi fossi mai augurata che una di noi stesse male, ma restare a Nizag con lei non mi dispiace affatto e la stessa decisione prende Marian, anche se vuol dire che alla fine al vulcano non ci andremo! Subito dopo Rosa Elena ha già preparato un rimedio con delle erbe e basta una telefonata a José perché arrivi fulmineo con delle medicine che vuole convincere Chiara a prendere. Un po’ iperprotettivo forse, così Marian ed io insistiamo perché aspetti un po’ per prendere qualcosa. “Bene José, abbiamo deciso di partire domani, quanto ti paghiamo la notte in più?”. “Beh, io e Joaquín ne abbiamo parlato e uno non decide di ammalarsi, succede e basta, quindi per oggi siete nostre ospiti.”. Proprio vero, no? Chi meno ha, più dà. Marian ed io lasciamo allora che Chiara riposi nel suo lettone e nel suo adorato piumone, al calduccio della nostra casetta di terra dalle pareti coloratissime. 

"Dove finiscono le strade..." - parte III

Una donna lavora la shigra

La visita alla scuola di Nizag si rivela un altro simpatico fuori programma: l’idea era che avremmo dato una breve lezione d’inglese ai bambini ed io, fresca di un entusiasmante laboratorio di educazione teatrale tenuto da una ragazza cilena in gambissima (Stephanie del collettivo Trajín Móvil), avevo già in mente le attività che avrei potuto svolgere con loro. Non vedevo l’ora! Come nella migliore tradizione ecuadoriana, però, quando il nostro “accompagnatore turistico comunitario” ci presenta al preside veniamo a sapere che oggi è giorno di festa: sono previsti danze e rappresentazioni per l’elezione del governo studentesco. Niente lezione quindi, ma assisteremo ad un altro pezzo di vita della scuola. Il programma però stenta ad iniziare e così ci intrufoliamo in alcune aule improvvisando canzoni in inglese, ma i ragazzini ci chiedono soprattutto di cantare in italiano, spiazzandoci un po’, perché “un professore di inglese già ce l’abbiamo, si chiama Germán.”. Dopo un po’ veniamo catturate dai libri di testo in kichwa e Marian ed io non riusciamo proprio a trattenerci dal ripetere un verso di quella preghiera che già da giorni ci frulla nella testa: “Non voglio andare via da qui”. Quello che ci colpisce soprattutto è il racconto della storia: è questo il libro che più mostra la lontananza geografica con il nostro mondo di provenienza e soprattutto la lettura che esso fa del passato e della realtà. Ma i bambini sono irrequieti e uno di loro ci convince a fare un giro fuori dalla scuola. Non siamo sicure che possano uscire ma i pochi insegnanti che vediamo sono intenti a ripassare i balli tradizionali e per il resto i bambini sono lasciati totalmente a loro stessi. Usciamo e nessuno ci ferma: ma dove ci porti?

"Dove finiscono le strade..." - parte II


Turismo comunitario: una forma di turismo in cui le attività sono gestite dai membri della comunità ed i proventi rimangono all’interno della stessa. Lo studi sui libri e lo discuti in sede di laurea, fantastichi e argomenti con amici che condividono il tuo stesso “credo”, ma alla fine non sei tanto convinta che funzioni. Che cos’è davvero il turismo comunitario? Finalmente ho l’opportunità di scoprirlo al di là delle definizioni.

Io e i miei scarponi... ops! Io e gli scarponi gentilmente
prestati da mia sorella, alla Nariz del Diablo
Il primo giorno comincia già con un fuori programma: ci avevano detto che ci sarebbe stata una minga, ossia un lavoro comunitario, e che ci sarebbe venuto a prendere un ragazzo del gruppo turismo. Arriva invece un altro ragazzo, Luís, accompagnato dalla sua giovane esposa e dal figlioletto per portarci a visitare la comunità. In breve, un passo dopo l’altro e senza neanche accorgercene, ci ritroviamo sulla via per la famigerata Nariz del Diablo. La costruzione del treno che collega le Ande alla costa, nel 1902, fu infatti talmente difficoltosa che si scelse questo nome sinistro per descrivere la montagna. Ogni volta che si apriva una via con la dinamite il giorno dopo la si ritrovava chiusa da una valanga e molte persone persero la vita per la costruzione della ferrovia. Dopo un’oretta non ho più voglia di camminare, chiedo allora alla guida di continuare, mentre mi siedo ad ascoltare il silenzio assoluto e a guardare gli animali che pascolano centinaia di metri più in giù.

"Dove finiscono le strade..." - parte I

15 dicembre 2012

La Casa Turismo Nizag in adobe
Ogni volta che dicevamo “vado al Chimborazo” la risposta era invariabilmente “Abrigate bien!”, ossia "vestiti pesante". E avevano ragione: l’equivoco nasce dal fatto che il Chimborazo è sia un vulcano che una provincia e noi non sapevamo ancora che non saremmo state per niente vicine al vulcano più alto dell’Ecuador, il punto della crosta terrestre più lontano dal nucleo del pianeta. Solo arrivate a Riobamba gli operatori che ci accolgono ci spiegano che saremo ospitate in una comunità nel sud della provincia che si trova a “soli” 2500 metri di altitudine. All’inizio siamo un po’ frastornate dalla notizia: la sera prima l’indecisione era su quante felpe portare e come ammassarle tra calze termiche e guanti di lana d’alpaca; la mattina scopriamo che abbiamo un sacco di peso inutile nello zaino e troppe poche magliette.